Il più grande licenziamento di massa della storia Repubblicana

Sono queste le parole con cui si apre la bella lettera che Sara Galantucci ha scritto al Tirreno questa estate… e che è stata riletta (con alcune modifiche) ieri al presidio. Ve la riproponiamo…

Forse molti cittadini ancora non sanno che in questo autunno drammatico per molte categorie di lavoratori, si è consumato anche il più grande licenziamento di massa nella storia della Repubblica italiana, tutto a carico di una categoria di lavoratori, gli insegnanti, che combattono per un posto di lavoro ma anche per una causa: una scuola pubblica di qualità.

Da giorni gli insegnanti sono sui tetti o in catene davanti al Ministero ma per loro ottenere la visibilità dei media è un’impresa difficile. E il motivo dell’indifferenza dei mezzi di informazione è semplice da capire: se un’azienda chiude si può puntare il dito contro una multinazionale o imputare il tutto alla crisi economica mondiale ma se agli insegnanti non è più permesso di lavorare, la colpa può essere additata solo agli scandalosi e indiscriminati tagli messi in atto dal governo nella persona del ministro avv. Maria Stella Gelmini. La colpa di questi licenziamenti è solo del governo, quindi la protesta va censurata.

I tagli della Riforma Gelmini non sono stati lotta agli sprechi come si sente dire nei proclami dati in pasto ogni giorno all’opinione pubblica da telegiornali vergognosamente compiacenti. Noi che siamo addetti ai lavori sappiamo cosa è successo in realtà e vi garantiamo che si è trattato solo di tagli ingiustificati e irrazionali che sono andati a colpire un settore già ridotto all’osso, che in molti casi si reggeva solo per la buona volontà e l’iniziativa personale del corpo insegnante che ha dedicato vita, passione e una quantità infinita di tempo non retribuito alla scuola.

Ma molti di questi insegnanti, quest’anno non possono più udire dalle classi quel suono della campanella che per anni ha scandito il loro lavoro. Moltissimi alunni non hanno rivisto rientrare in classe i loro docenti, anzi sono stati sballottati da una classe all’altra come oggetti senza valore, ammucchiati in aule affollate dove minore è per loro la possibilità di essere seguiti in maniera individualizzata.

Numeri e non nomi i nostri alunni. Numeri e non nomi i docenti licenziati. E quando in uno Stato i cittadini cominciano a diventare numeri e non nomi, allora quello Stato è destinato al fallimento perché non ha più rispetto per la propria anima.

Ma procediamo con ordine: chi sono e quanti sono questi docenti fantasma che a settembre non hanno visto rinnovato il proprio contratto di lavoro?

Per prima cosa gli insegnanti precari non sono nella scuola per caso o per ripiego come vorrebbe far credere il ministro Gelmini per screditarli davanti all’opinione pubblica. Sono invece persone che hanno fatto una scelta ben precisa, costata loro molto tempo e sacrifici. I cosiddetti “precari della scuola” sono insegnanti di razza perché hanno dedicato anni per la loro formazione (laurea magistrale più due anni di Ssis), hanno pagato all’Università italiana migliaia di euro, hanno alleggerito ogni anno le loro già magre tasche per corsi di aggiornamento e master, nell’illusione che più titoli si hanno più è alta la possibilità di lavorare; i precari di oggi sono persone che hanno passato la loro vita a studiare, a correggere compiti, a trovare soluzioni per risolvere i difficili problemi quotidiani riguardanti l’educazione e l’apprendimento degli alunni e la gestione delle classi. Persone, che nonostante quello che pensano alcuni, ai quali la vita non ha ancora insegnato che non si giudica senza sapere, fanno con passione il loro lavoro, perché sapere di essere responsabili della formazione dei ragazzi non è compito che possa lasciare indifferenti. Molte di queste persone, per colpa dei tagli, non hanno potuto continuare il loro progetto di insegnamento perché licenziati da quello stesso Stato italiano che prima si è fatto pagare profumatamente per formarli.

Al suono della prima campanella del nuovo anno scolastico ci sono state quasi 17 mila cattedre in meno per gli insegnanti. Lo stato italiano, magnanimo nello sborsare 3,5 miliardi di euro per far sopravvivere la propria compagnia di bandiera, non mostra scrupoli nel demolire ed umiliare la propria scuola pubblica. Ma se non tutti hanno preso un aereo Alitalia nella loro vita, tutti sono andati a scuola. Lo stesso stato non bada a spese se si tratta di finanziare progetti improbabili come il ponte sullo stretto o pericolose linee sotterranee della Tav ma non si vergogna a dire ai cittadini che non ci sono soldi per riparare le crepe o i soffitti cadenti delle nostre aule scolastiche.

La perdita del posto di lavoro può essere solo un problema personale, per di più assai diffuso di questi tempi, ma la causa per cui è obbligo dei cittadini gridare allo scandalo, riguarda tutti perché la scuola è un passaggio obbligato delle nostre esistenze ed è il luogo principale nel quale avviene la nostra formazione di cittadini.

La Riforma Gelmini, al di là del richiamo ai bei tempi passati, al grembiulino che annulla le differenze sociali, è nella pratica taglio di ore di lezione e di insegnanti, quindi riduzione dei servizi per il cittadino, il tutto al fine di risparmiare proprio sul diritto all’istruzione, quel diritto che ci rende uguali e ci fa competere per merito e non per nascita. Se la scuola pubblica così deprivata di fondi e personale non sarà più in grado di funzionare, le famiglie più facoltose manderanno i propri figli alle private. E per chi non se lo potrà permettere rimarrà la scuola pubblica, con classi sempre più affollate, meno docenti e strutture fatiscenti.

E che ne è dei proclami del Ministro Gelmini circa la meritocrazia nella selezione degli insegnanti? A rimanere senza lavoro sono stati semplicemente i più giovani, non c’è stata assolutamente nessuna selezione per il merito.

Sui giornali ci si scandalizza della scarsa competenza linguistica mostrata dai nostri studenti ai test di ingresso universitari ma passa del tutto inosservata la riduzione delle ore di italiano, di quelle ore di compresenza che permettevano di approfondire gli argomenti e di recuperare i più deboli. Sparite le compresenze, l’unica possibilità di recupero per i ragazzi saranno le lezioni private, a spese delle famiglie.

E che dire della favola diffusa a mezzo stampa per cui in Italia ci sarebbero più insegnanti per studente rispetto alla media europea? Una bugia ben confezionata che tace il fatto che negli altri paesi non rientrano in tale conteggio gli insegnanti di sostegno, non dipendenti dal Ministero della Pubblica Istruzione. L’Italia in realtà è uno dei paesi che spende meno per l’istruzione. E infatti quello che il governo chiama riforma si può definire solo con un numero: 8 miliardi in meno in tre anni.

Chi lavora nella scuola sa da tempo quello che sta succedendo ma adesso se ne stanno accorgendo anche le famiglie. Svegliamoci: la scuola è di tutti, è il futuro della nostra nazione, non solo di chi ci lavora o, come molti di noi, sperava di continuare a farlo.

Sara Galantucci

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: