La multietnica Prato dice no: è assurdo

Da Il Tirreno del 15 settembre 2009

Tanti ragazzi dovrebbero addirittura cambiare città

Rita Pieri, assessore alla Pubblica istruzione, invita a “spalmare”, ma la preside dell’Itc Dagomari non sa bene come fare. Dove si spalmeranno gli studenti che risulteranno in eccesso, se passa l’idea del ministro Gelmini di un tetto del 30 per cento di stranieri per classe?

PRATO. Rita Pieri, assessore alla Pubblica istruzione, invita a “spalmare”, ma la preside dell’Itc Dagomari non sa bene come fare. Dove si spalmeranno gli studenti che risulteranno in eccesso, se passa l’idea del ministro Gelmini di un tetto del 30 per cento di stranieri per classe? A Prato, dove gli alunni figli di immigrati, tra scuole materne e medie superiori, sono in media il 21%, il problema non è solo teorico.

«Ci dica il ministro sulla base di quali criteri dovremo escludere un ragazzo invece di un altro – ragiona Maria Josè Manfré, preside dell’Istituto per ragionieri – Nella nostra scuola già oggi in molte prime classi quel tetto del 30% di stranieri viene superato. Sinceramente non sapremmo come fare».

E la “spalmatura” degli studenti in eccesso suggerita dal nuovo assessore Pdl («in altre classi o in altre scuole») non è cosa indolore. Facciamo l’esempio dell’Itc Dagomari: gli indirizzi Igea e Mercurio non ci sono in altre scuole pratesi, dunque l’alunno straniero sarebbe costretto a emigrare una seconda volta, a Pistoia o a Firenze. Alle elementari e medie inferiori, il problema è diverso, qui si tratterebbe di cambiare classe o scuola, rimanendo in città, ma cambiando compagni di classe e soprattutto insegnanti.

Il vero problema, in una città come Prato, è costituito dai cinesi. Molti di loro non sanno una parola di italiano e oggettivamente, senza aiuti, possono rappresentare un ostacolo allo svolgimento del programma. Per questo fioriscono corsi paralleli di lingua, che non sempre funzionano.

«Certo, ci sono i mediatori – spiega la preside Manfré – ma spesso i corsi pomeridiani sono poco frequentati. Secondo me non sarebbe male se agli alunni stranieri che non sanno la lingua si facesse studiare solo l’italiano, magari ovviamente all’inizio, per poi inserirli a scuola. Un periodo limitato, non sarebbe un ghetto».

Anche perché le lamentele dei genitori italiani non mancano. La sostanza è sempre la stessa: troppi stranieri nella classe di mio figlio. Ma c’è anche chi va controcorrente. La mamma di un alunno che frequenta le elementari Guasti, un’altra delle scuole multietniche, ha voluto iscrivere il figlio proprio lì per farlo stare a contatto con bambini stranieri.

«Il nostro istituto comprensivo si è sempre distinto positivamente per la presenza di stranieri – fa sapere il professor Andrea Nuti, docente delle medie Ser Lapo Mazzei – Con gli anni abbiamo perfezionato politiche d’integrazione ottenendo ottimi risultati, anche sotto il profilo didattico. Non so immaginare come sarebbe dover fare i conti con un tetto massimo. Le nostre scuole per stradario sono le più richieste dagli stranieri, e poi ci sono in ballo altri fattori: la continuità didattica, le amicizie e la conoscenza della lingua. Gli studenti stranieri di seconda generazione sono studenti come gli altri, a parte i tratti somatici, niente li distingue sotto l’aspetto scolastico».

«Fino ad oggi abbiamo garantito laboratori linguistici ai nostri iscritti stranieri da alfabetizzare – conclude Nuti – con i tagli non sappiamo cosa succederà».
«Tra i banchi di scuola non ha senso parlare di tetti – commenta Gaetano Flaviano, preside dell’Ipsia Marconi -. I giovani devono essere educati all’integrazione senza assurdi paletti, un sistema utile solo a evidenziare le differenze».

di Paolo Nencioni e Miriam Monteleone

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