I disastri della scuola sotto la lente di un precario doc

Da Il Manifesto del 26 marzo 2009

LIBRI: COSIMO ARGENTINA, BEATA IGNORANZA, FANDANGO, PP. 104, EURO 8

I precari della scuola sono «plebe indocente». A chiamarli così è Cosimo Argentina, autore di Beata ignoranza, piccolo libro sulla scuola italiana a metà tra racconto e pamphlet, che prende avvio da una solenne incazzatura; tutti qui parlano di scuola senza avere «le mani sporche dell’inchiostro di un registro di classe e le suole levigate dai gradini dei provveditorati». Le sue «medaglie», invece, Argentina le mette subito in mostra : precario dal 1988, ha insegnato a nord (Milano) e a sud (Taranto), in scuole riconosciute e non riconosciute, alle serali, nei corsi per adulti, nei corsi ordinari, in quelli per vigilatrici di infanzia e per infermiere professionali… Sebbene a tratti scritto frettolosamente, il libro inanella in modo efficace battute e ricordi, metafore e dialoghi da corridoio, e racconta come «a noi precari non è consentito specializzarci. Noi soldati di ventura, plebaglia da macello, prima linea del registro, dobbiamo adattarci a quello che troviamo… siamo la fanteria della scuola».
Ma soprattutto in Beata ignoranza si respira una salutare aria di verità. Argentina si schiera contro la Gelmini, ma non certo per difendere l’esistente. Cosa sono per un precario doc i colloqui coi genitori? «Ci sono i genitori dei bravi che vengono a dire quanto è bravo il figlio. I genitori dei geni incompresi. I disperati. I violenti. I supplicanti. Il più delle volte sono vittime e carnefici frullati insieme, i genitori». E il Collegio docenti? «I precari nei collegi docenti sono come le guardie che montano il turno nelle caserme. Sono al di sopra di tutto. Hanno molta più dignità degli stanziali». Ce n’è per tutti, sindacati compresi: «I sindacati della scuola non hanno mai ricevuto bulloni dagli indocenti e questo li ha tranquillizzati, placati, imbolsiti… Hanno ceduto su tutto, i sindacati, salvo poi venire a chiederci i soldi per i fondi pensioni come se un precario potesse pensare minimamente alla pensione». Oggi nella scuola si parla tanto di merito. Afferma Argentina: «Dire “daremo i soldi ai meritevoli” va tradotto con un “per adesso li togliamo a chicchessia e poi vediamo di studiare un metodo equo per tutelare la meritocrazia”». Ma per Argentina il problema della scuola in Italia è da porre ben prima della Gelmini: «Nel momento in cui pensiamo ai presidi come dirigenti scolastici e alle scuole organizzate e tirate su come aziende, abbiamo snaturato la peculiarità dell’educazione».
Resta una salutare amarezza, dopo la lettura di questo libro, anche se a volte il clown Argentina appare così disilluso da trasformarsi in un pierrot lunare che nasconde la tragedia in un sarcasmo senza via d’uscita, con il pericolo di appiattirsi sull’ideologia travestita da non ideologia oggi imperante. «Le ideologie – scrive Argentina – hanno rotto perché creano illusioni e nelle illusioni ci sono quattro panzoni che s’arricchiscono e il resto del popolo che boccheggia. Le ideologie le lasciamo ai leader, ai grandi manager, a chi gestisce le grosse grasse riserve auree. Noi vorremmo solo insegnare le nostre due nozioni in santa pace e essere pagati». Ma questa cosa è, se non ideologia? Insomma, il rischio è quello, inconsapevolmente, di prestare il fianco alle furie finto-rinnovatrici oggi in corso nella scuola e, soprattutto, di non dare, per lo meno agli studenti, una sola speranza in un futuro già grigio.

Giuseppe Caliceti

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