Non è un paese per giovani

non-e-un-paese-per-giovaniLa riforma della Pubblica Istruzione tra necessità e incompetenza

Il governo Berlusconi vuole rivoluzionare il settore dell’istruzione. Dalla scuola elementare all’università in arrivo i tagli che dovrebbero portare miglioramenti, così recita la propaganda. In seguito alle proteste dei sindacati e degli studenti alcuni provvedimenti sono stati modificati oppure rinviati. Che la cura da cavallo, per quanto annacquata, porterà più danni che benefici, lo si può capire già da ora.

Il grande taglio era già stato programmato prima dell’acutizzarsi della crisi, subito dopo che Berlusconi aveva riguadagnato il potere nell’aprile del 2008. Appena prima delle vacanze estive era stato emanato un decreto che in ottobre avrebbe dovuto essere elevato a legge con una manovra accelerata da entrambe le camere, procedimento nel quale la ministra della Pubblica Istruzione è apparsa solo un’aiutante del ministro delle Finanze. Tra l’altro era già previsto il taglio di 87.000 posti nella scuola, tra insegnanti e personale non docente; nell’università un blocco quasi totale dell’inserimento di nuovi docenti e tagli draconiani alle risorse per la ricerca – in un paese che spende appena l’0,9 % del prodotto interno lordo per la ricerca scientifica (in confronto al 2,2% della Germania e della Francia). Il “brain drain”, la fuga in massa all’estero dei giovani laureati e il disastro cronico dell’istruzione sembrano essere in tal modo assicurati anche in futuro.

Fanalino di coda
In un paese che, insieme alla Grecia , rappresenta il fanalino di coda in Europa nel settore dell’istruzione, il governo di centro-destra pensava di potersi permettere il grande sfascio, favorito dall’incapacità dell’opposizione, divisa al suo interno e dal sostegno del monopolio televisivo e propagandistico del suo capo, Berlusconi, che gode in Italia di una popolarità mitica. Come da lui stesso dichiarato, egli poteva vantare in autunno la fiducia di ancora il 73% degli italiani e, secondo il “Financial Times” il suo popolo gli tributava in ottobre un’ adorazione di portata nordcoreana. La situazione si modificò leggermente quando i riformatori dell’istruzione cominciarono a procedere con commovente incapacità in tutti i settori, dalla primaria alle superiori, ignorando qualsiasi obiezione dei diretti interessati. Dalla metà di novembre lo scontento crebbe al punto da sfociare, con l’intervento del movimento studentesco “L’onda”, in manifestazioni di massa e occupazioni che paralizzarono parzialmente l’attività didattica. Forse per ragionevolezza, forse per il timore di perdere la popolarità, ma certamente anche sotto l’effetto dei disordini giovanili in Grecia, il governo fece esattamente un giorno prima dello sciopero generale del 12 dicembre marcia indietro: sotto una pesante coltre retorica viene rivista nella scuola primaria la riduzione del monte ore e del numero dei docenti. Nella scuola media la riforma (leggi: il taglio dei posti di lavoro) viene spostata in là di un anno, per dare un contentino all’ “Onda”. Qualche piccola concessione all’università e la modifica dell’assegnazione dei posti avrebbero dovuto placare gli animi. L’8 gennaio questa legge, in forma vagamente edulcorata, è definitivamente entrata in vigore. E con ciò il disastro non è stato eliminato.

Facoltà fantasma
Si tira la cinghia soprattutto dove non serve. Come prima, i fondi vengono copiosamente elargiti ad oscure università, che spesso esercitano i loro traffici in angoli sperduti della provincia, facoltà fantasma che ostentano meraviglie in Internet, bizzarri corsi di studio tenuti da docenti pagati dallo stato e frequentati da qualche o addirittura nessun studente. Tali eccessi sono stati oggetto di indagine di Gian Antonio Stella, giornalista del “Corriere della Sera”, che con ciò ha procurato a sé molti nemici e al sistema universitario poco onore. Un’ ulteriore e costosa anomalia di molte università è un corpo docente gonfiato che ha la forma insensatamente gerarchica di una piramide capovolta: un esercito di professori comanda un manipolo di assistenti e personale precario miseramente retribuito. Ma di questa situazione insostenibile l’attuale governo di destra non ha alcuna colpa, ciò è anche opera della sinistra che negli ultimi 15 anni è stata più volte al potere ma ha fatto proprio poco per modificare la situazione, esattamente come gli attuali padroni. Ancora nel 2008, quindi in parte col governo di sinistra e in parte con quello di destra, sono stati messi a concorso in tutta Italia nuovi posti accademici in proporzione grottesca – in tutto 1872 posti di professore e 276 di assistente. La logica e l’economia consiglierebbero piuttosto un rapporto inverso di 200 posti di professore e 2000 di assistente. Ma in Italia è particolarmente facile naufragare tra intrighi e corruzione. Sul gradino più basso della scala dell’istruzione cambierà fortunatamente poco alla famiglia media. Gli asili italiani, che dal confronto internazionale escono molto bene, continueranno ad uscire illesi. E’ vero che l’insegnamento dell’inglese continuerà ad essere una bella illusione sulla carta, ma il numero di bambini per classe non verrà sostanzialmente aumentato. Negli ultimi mesi si è litigato inutilmente solo sulla questione se i bambini dovessero tornare ad essere muniti di grembiuli uguali per tutti, come quelli che la maggior parte degli italiani conosce per averli visti nei film neorealisti.

Tempo pieno, pagelle
La sciocca questione dei grembiulini ha tenuto col fiato sospeso anche il dibattito sulla riforma della scuola primaria (elementare) ed è riuscita a deviare l’attenzione dal punto fondamentale, la reintroduzione del docente unico (anche questo è un ricordo di tempi remoti). Questo “maestro unico” sarà per 5 anni, nel bene e nel male, responsabile dei bambini e di quasi tutte le materie, in molti casi anche dell’insegnamento dell’inglese, annunciato a squarciagola. A prescindere dal fatto che molti insegnanti saranno di conseguenza sovraccaricati professionalmente, ciò significherà anche una riduzione del monte ore settimanale degli alunni e quindi l’ abolizione del tempo pieno, ampiamente diffuso in Italia. E ancora una volta le famiglie meno abbienti saranno in difficoltà, dal momento che i genitori non ce la faranno più a lavorare entrambi a tempo pieno se non potranno avvalersi di nonni disponibili e in gamba. Con la stessa energia con cui si è discusso della penosa questione-grembiulini si è trattata anche la reintroduzione delle valutazioni in pagella sotto forma di numeri al posto dei giudizi sintetici in uso da alcuni anni (il più delle volte schematici gusci di parole con poca sostanza). Anche in questa occasione gli avversari e i sostenitori hanno dimostrato la loro impegnata ottusità che ha allontanato lo sguardo dal vero disastro, l’autentica decimazione del corpo docente e il regresso privo di alcuna evidenza pedagogica. Verso la fine dell’autunno in seguito a proteste è stata quanto meno cancellata dalla legge la riduzione del monte ore settimanale, sostituita da una clausola vaga, secondo la quale gli alunni della scuola elementare potrebbero scegliere dal prossimo anno tra un monte ore di 24, 30 o 40 ore settimanali, a seconda delle esigenze dei genitori. Ma la legge non fa alcun cenno al miracolo necessario per poter organizzare tutto entro settembre. Non è certamente invidiabile la nuova ministra della Pubblica Istruzione Maria Stella Gelmini (36) nel ruolo di campionessa del risparmio della nazione. L’ avvocatessa lombarda, già responsabile per l’agricoltura della sua provincia è spesso preda di una commovente insicurezza – legge brevissimi comunicati tenendo sempre in mano un foglietto che stringe spasmodicamente. Si compiace di motivare la sua competenza professionale attribuendola al fatto di avere una sorella insegnante. Caratteristica della sua politica è anche la mancata previsione di modifiche ai tre anni della scuola media, indubbiamente l’anello più debole della catena dell’istruzione in Italia. Nel generale trambusto una lieve riduzione del monte ore settimanale per gli alunni dagli 11 ai 14 anni è passata in silenzio. Meno liscio è andato alla ministra il grande risparmietto che riguarda i cinque anni della scuola secondaria superiore, i cui studenti sono scesi in strada col megafono e i cui insegnanti, prevalentemente di sinistra, sono vergognosamente sottopagati. In Italia, il paese che vanta i politici più pagati al mondo (il governatore della Sicilia percepisce uno stipendio mensile notevolmente più alto di quello della California), gli insegnanti del liceo sono liquidati dopo 20 anni di servizio con 1450 Euro e non è vero che lavorano meno dei colleghi europei. Le lunghissime vacanze sono una storia superata, esattamente 36 giorni intercorrono tra la fine degli esami di maturità in luglio e la ripresa del servizio a fine agosto. Per il settore dell’istruzione superiore la riforma ha in serbo alcune subdole sorprese, che a causa delle proteste sono state rimandate solo di un anno. Dal 2010 si risparmierà sul personale docente aumentando il numero di alunni per classe e riducendo radicalmente gli insegnanti di sostegno per gli studenti disabili. Infatti in Italia non ci sono scuole speciali né per disabili fisici né psichici, il che rappresenta certamente un progresso etico, perché promuove la naturale integrazione degli studenti problematici. Ma la funzione che altrove svolgono gli operatori sociali si aggiunge al carico che grava sulle spalle degli insegnanti. E così, presto potrà succederà che un’insegnante di lettere si trovi da sola col suo Dante in una classe di 33 alunni, di cui tre non sentono, non deambulano o non parlano. Chi se lo può permettere e a chi non importa nulla della spocchia elitaria può sistemare i suoi bambini in una buona scuola privata (rara), spesso un istituto religioso sostenuto finanziariamente dallo stato. Ma siccome la bozza della riforma prevedeva una parziale cancellazione dei fondi anche a questi istituti, è bastata una debole protesta della conferenza episcopale italiana per revocare tali progetti profani. Tra gli istituti privati che sono l’11% delle scuole italiane, quelli gestiti dalla chiesa sono senza dubbio i migliori. Una vera e propria piaga sono invece i cosiddetti “istituti parificati”, gestiti da privati e abili affaristi. Qui lo studente è un cliente che agli esami deve essere trattato con un’indulgenza fuori dal comune da docenti ingaggiati sul libero mercato del lavoro con stipendi miserabili, scelti tra quei laureati disoccupati che non hanno avuto la fortuna di trovare una sistemazione nelle scuole statali poco generose.

Confronto internazionale
Tuttavia la qualità della scuola media italiana non è tutto sommato così miserevole, come si potrebbe arguire da queste condizioni. Nella competizione internazionale il piazzamento degli italiani è sì pessimo, ma non proprio catastrofico – e soprattutto da noi non rappresenta nemmeno oggetto di discussione. Mentre in tutta Europa e nei paesi dell’OCSE ci si scervella sui risultati dei giovani rampolli, in Italia anche chi possiede una certa istruzione, quando sente la parola Pisa pensa solo alla città toscana con la torre pendente. Ancora più complicata e critica è la situazione delle università, messe particolarmente a dura prova dalla riforma della pubblica istruzione che prevede il taglio di fondi per la ricerca e per il personale, cosa che, secondo calcoli pessimistici potrebbe portare in diversi casi al fallimento. Per Enrico Decleva, rettore dell’Università di Milano e presidente del Collegio dei rettori italiani, sussiste il pericolo che la sua università, secondo le disposizioni attualmente in vigore, già a partire dal 2010 non sarebbe più in grado di retribuire il personale. La colpa sarebbe, per buona parte, di una dissennata promessa elettorale di Berlusconi. Si deve a lui infatti l’eliminazione dell’imposta sulla casa di proprietà (ICI), che fino a quel momento finiva nelle casse dei comuni e delle amministrazioni locali, alle quali mancherebbero ora queste entrate per sostenere le proprie università, dichiara Decleva al “Corriere ella Sera”. Ma non è solo il denaro che manca a portare sfortuna alle università italiane.

Clientelismo
Nel pluriapprezzato libro “L’università truccata”, Roberto Perotti, professore alla Bocconi, rinomata università milanese di Economia, descrive il clientelismo raccapricciante in diversi atenei, come Roma e Bari, dove intere facoltà diventano aziende familiari. Perotti ad esempio traccia con meticolosità all’interno di una tabella suddivisa in colonne, indicanti il grado di parentela e denominate “fratelli, figli, coniugi” , l’albero genealogico della Facoltà di Scienze Economiche all’Università di Bari. Questi casi eclatanti sono rari, ma è comunque diffusa quasi dappertutto l’usanza che nel procedimento di nomina mani servizievoli compongano commissioni compiacenti, cosicché il candidato vincitore sia stabilito già prima che il posto venga messo a concorso. Anche i termini usati nella lingua italiana mostrano che occorre una gran dose di fortuna per poter ottenere un posto in uno di questi concorsi, se si è un candidato non previsto. Si dice, infatti, che si “vince” un posto, come nella lotteria. Generazioni di ministri della Pubblica Istruzione hanno cercato di porre fine a questa piaga. Stavolta ci prova, con le migliori intenzioni e probabilmente senza riuscirci, Maria Stella Gelmini con la sua riforma, che prevede regole nuove riguardo alla composizione delle commissioni di concorso. I loro componenti, infatti, non dovranno più essere “eletti” tra i colleghi di facoltà, come è avvenuto fino ad ora (grazie a ciò le elezioni erano un raffinatissimo gioco di scambi di favori tra amici e di dolci ricatti), bensì d’ora in poi avverrà che tra dodici professori ne verranno estratti quattro che saranno nominati membri di commissione. Meglio sarebbe stato se si fosse affidato tutto alla sorte, pensa Elena Aga Rossi, perché il caso è pur sempre meno cieco di un protezionismo dalle buone intenzioni.

Emigrazione accademica

Vogliamo credere che la legge impedirà in futuro il malcostume vigente, perché saranno messi a concorso pochissimi posti, e soprattutto in quelle poche università “virtuose” che spendono meno del 90% del proprio budget per il personale. Oltre a ciò, per quanto riguarda le domande di assunzione dei docenti universitari ci sono nuove direttive, che prescrivono quali pubblicazioni il candidato debba presentare, quanti “saggi significativi” o “articoli originali”. Si possono chiaramente immaginare già da ora la gazzarra e gli intrighi nelle future commissioni che dovranno stabilire ciò che è significativo e originale. Con questa legge contro l’emorragia accademica la riforma arriva indubbiamente troppo tardi e pretende di chiudere a metà la porta della stalla, dopo che i buoi sono scappati. Negli ultimi dieci anni il numero dei professori è aumentato a tal punto che per diversi anni non ci saranno soldi sufficienti da destinare alle nuove leve, perché la ressa in cima alla scala accademica costa. Il posto di un professore ordinario costa circa tre volte tanto quello di un assistente, che in molti casi svolge quasi gli stessi compiti. Il danno lo subiranno quindi soprattutto i giovani laureati che spesso per anni hanno tenuto in piedi gran parte delle lezioni nelle università con incarichi malpagati. Quasi tutti nutrono la vana speranza di ottenere un posto meno precario in uno dei piani bassi della gerarchia accademica, motivo per cui emigrano in massa. Ad un’inchiesta su Internet organizzata da “La Repubblica” si sono iscritti nel giro di pochi giorni più di 2000 italiani/e emigrati in tutto il mondo, che talvolta hanno fatto fortuna presso atenei all’estero. Il tono generale degli iscritti è di malinconica amarezza per il fatto che il loro non sia un paese per giovani.

Franz Haas lavora dal 1985 in diversi atenei italiani, dal 1992 è professore associato, dal 1997 insegna Letteratura tedesca contemporanea all’Università degli Studi di Milano.

L\’articolo è apparso nella \”Neue Zürcher Zeitung\”. Traduzione di Adelmina Albini.

di Franz Haas

http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2009/03/07/non-e-un-paese-per-giovani/

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