Brunetta cambia la scuola

Da La Sicilia del 1° marzo 2009

Il cambiamento è forte per chi ricorda quando i sindacati della scuola gestivano, negli anni 70, finanche la commissione incarichi. Il sindacato era forte e i docenti si sentivano tutelati nei confronti di una amministrazione sempre distante, mentre il ministero si muoveva con accomodante discrezione. Questo machiavellico equilibrismo con ogni probabilità ha impedito che si ragionasse con rigore sulla qualità dell’istruzione benché, occorre dirlo, fino a qualche decennio addietro la nostra era una delle migliori scuole del mondo.

Di questi giorni invece, la approvazione della legge Brunetta, detta contro i fannulloni e su cui la propaganda si sollazza, annuncia pesanti cambiamenti che riguardano soprattutto la riformulazione del rapporto con la contrattazione sindacale e con la dirigenza. Uno dei primi articoli infatti prevede che nessun contratto di lavoro potrà più modificare una disposizione normativa se non c’è una legge che lo prevede espressamente, nel senso che «non si consente più ai contratti di derogare da leggi dello stato e regolamenti relativi ai rapporti di lavoro a meno che non sia previsto dalla legge». Sembra dunque si sia rotto qualcosa nel rapporto di lavoro e, in attesa dell’emanazione dei decreti attuativi, è certo che la durata di quel famoso contratto non sarà più quadriennale nella parte normativa e biennale in quella salariale, ma con ogni probabilità sarà solo triennale in entrambi i fronti, poco considerando l’inflazione il cui ultimo emblematico esempio è dato dall’umiliante aumento di una 40 d’euro netti al mese. Ma si starebbe pure inceppando quel principio, forse pure contestabile, della uniformità della funzione docente per la «valutazione del merito connesso alla carriera». Anche in questo caso occorre aspettare i decreti per sapere come verrà effettuata questa inusitata graduatoria fra insegnanti. I timori sono tanti soprattutto se il metro verrà dato ai dirigenti o alle famiglie o affidata a qualche altro marchingegno dell’Invalsi, benché sembra proprio che i primi a richiedere i controlli e la valutazione siano i professori.

E’ prioritario, dice Brunetta, il rispetto delle regole: ma allora non si capisce il motivo per cui i «dipendenti della Presidenza del Consiglio sono esclusi dall’applicazione della legge se incompatibile con il relativo ordinamento». Come mai per loro la regola non vale? Sono forse più statali degli statali?

di Pasquale Almirante

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