Marcia indietro, mezza marcia indietro, nessuna marcia indietro

Da TuttoscuolaFOCUS del 15 dicembre 2008

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Come in Rashomon, il celebre film di Kurosawa, la realtà di ciò che è accaduto giovedì scorso, a conclusione dell’incontro tra il governo e i sindacati, sembra sfrangiarsi nella percezione soggettiva che i diversi protagonisti hanno di essa.

I giornali più marcatamente antigovernativi, in testa quelli dell’estrema sinistra, hanno parlato di “retromarcia della Gelmini” (il Manifesto), o hanno usato espressioni come “stop”, “marcia indietro” e simili. Per il leader del PD Veltroni c’è stato un “dietrofront del governo”. Perfino giornali non ostili al governo come Italia Oggi, che ha titolato “Gelmini, indietro tutta”, o ad esso apertamente favorevoli, come il Giornale, il cui direttore Mario Giordano si è dichiarato “disorientato”, hanno percepito le novità scaturite dall’incontro tra il Governo, presente anche il Sottosegretario Gianni Letta, e i sindacati della scuola, come una brusca frenata rispetto ai programmi annunciati.

Un po’ più prudente è apparso il segretario della CGIL Epifani, che ha parlato di “mezza marcia indietro”, e anche i sindacati della scuola, dalla Flc-Cgil all’autonomo Snals, secondo i quali all’origine della “svolta” del governo sta il successo del grande sciopero unitario del 30 ottobre 2008. Alla “mezza marcia indietro” del governo corrisponderebbe insomma una “mezza vittoria” dei sindacati.

Ma il ministro Gelmini (che se la deve anche vedere con l’arcigno collega Tremonti) nega recisamente che ci siano novità o arretramenti sul fronte del contenimento della spesa: “non difenderemo mai lo status quo quindi si va avanti con le riforme… Non abbiamo certo cambiato idea. Deve essere chiaro che il modello dei tre maestri per la stessa classe non esiste più”. E con lei, almeno su questo punto, si dichiara d’accordo il ministro ombra del PD, Maria Pia Garavaglia, che ha seccamente riconosciuto che “l’insegnante unico è l’unica certezza che per ora dà la legge”.

Infine le regioni. Silvia Costa, coordinatrice della IX Commissione della Conferenza delle Regioni, sottolinea che “buon senso e ragioni delle famiglie, delle scuole e delle Regioni hanno prevalso… molte delle osservazioni e perplessità che come assessori regionali avevamo manifestato sono state accolte. Mi auguro che il confronto del prossimo 17 dicembre con il Ministro Gelmini si avvii ora con un percorso più condiviso”.

Ma c’è stata davvero una svolta, e di quale portata? Vediamo. La decisione più rilevante è stata senz’altro quella di rinviare la riforma del secondo ciclo all’anno scolastico 2010-2011. Segue la conferma che il maestro non sarà unico, salvo che in circostanze particolari (se i genitori optano per la formula delle 24 ore e se il maestro insegna anche inglese e religione), ma prevalente, con formule di 27 e 30 ore. Il tempo pieno con 40 ore avrà due maestri. Sarà mantenuto il rapporto di un docente ogni due alunni disabili. Ci sarà un tavolo di confronto per il personale precario. Sarà congelato per un anno l’incremento del numero massimo di alunni per classe.

Alcune di queste decisioni erano nell’aria, perché servivano per ripristinare le condizioni minime di dialogo con i sindacati, e sono state favorite dalla linea di mediazione sostenuta dalla presidente della commissione Cultura della Camera, Valentina Aprea (che non ha portato però al voto favorevole dell’opposizione). Ma qual è il bilancio dell’operazione in termini di vantaggi e rischi, di costi e benefici politici?

Cominciamo dai vantaggi/benefici. Il governo su un piano più generale, e il ministro Gelmini in particolare, escono dallo situazione di scontro frontale e di incomunicabilità con larga parte del mondo della scuola. E pagano, tutto sommato, un prezzo relativamente modesto, considerata l’entità delle misure varate per decreto legge sul maestro unico.

Il maggior rischio, o costo politico, che corre il governo è quello di dare l’impressione di non essere in grado di portare fino in fondo la sua azione perché colpito anch’esso dalla sindrome dell’indecisionismo attendista, come la definisce il pur filogovernativo direttore del Giornale, cioè da quella tendenza a mediare, rinviare e alla fine spesso vanificare ogni decisione importante se suscita troppi contrasti e lede troppi interessi. Una sindrome caratteristica della prima Repubblica, ma che rischia di riprodursi anche nella seconda.

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