La Scuola, Gandhi, i provocatori, il consenso e le televisioni

Gli studenti non si fermano e la protesta contro gli interventi legislativi del governo Berlusconi continua nelle scuole e negli atenei. Anzi, la protesta continua a espandersi con forme, modalità e colori diversi. Il fallimento del dialogo con alcune associazioni di studenti e genitori, aperto dal Ministro dell’Istruzione Gelmini, a suo modo, non ha fatto che amplificare il dissenso. Infatti, la stessa aveva avvertito che “il decreto resta” e che sarà comunque votato al Senato il 29 ottobre.
Inizierà così una nuova settimana di mobilitazioni per bloccare la distruzione della scuola e dell’università messa in atto dal governo.


Tuttavia, pesano alcuni interventi apparsi in questi giorni sui maggiori quotidiani, a partire da quello fatto da Silvio Berlusconi. La Rete ha commentato ironicamente le sue parole (anche con vignette), gettando acqua sul fuoco.
Spinoza, ad esempio, ne dà notizia in questo modo:

Berlusconi in visita a Pechino. C’è andato per chiedere al governo cinese consigli su come gestire la protesta studentesca.
Comunque, ha detto che possiamo stare tranquilli: non manderà la polizia nelle scuole. Almeno fino al prossimo G8.

Più grave è l’intervista rilasciata dal presidente emerito, Francesco Cossiga, al Quotidiano Nazionale, in cui affermava:

Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand’ero ministro dell’Interno.
Ossia?
In primo luogo, lasciare perdere gli studenti dei licei, perché pensi a cosa succederebbe se un ragazzino rimanesse ucciso o gravemente ferito…
Gli universitari, invece?
Lasciarli fare. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città.
Dopo di che?
Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri.
Nel senso che…
Le forze dell’ordine dovrebbero massacrare i manifestanti senza pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli a sangue e picchiare a sangue anche quei docenti che li fomentano.
Anche i docenti?
Soprattutto i docenti.
Presidente, il suo è un paradosso, no?
Non quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì.

Di fronte, ad un’esternazione del genere non ci sono parole, se non quelle suggerite da Peter Gomez:

Col passare dei giorni e il crescere delle proteste la probabilità che si verifichi qualche incidente (quasi inevitabile quando migliaia di persone molto giovani scendono in piazza) aumenta. E gli incidenti, che Berlusconi con i suoi interventi sembra voler evocare, rappresenterebbero per lui una vittoria. Le tv ci metterebbero un secondo ad amplificarne la portata innescando una serie di reazioni a catena difficilmente prevedibili.

Che fare allora? Quattro cose: ricordarsi di Gandhi che con la non violenza liberò una nazione, non accettare provocazioni, organizzare proteste sempre più “mediatiche” che possano trovar spazio nei telegiornali, presentare poche e chiare controproposte. Che nel mondo della scuola e delle università si disperdano inutilmente molti capitali è un fatto. Che sia necessaria una razionalizzazione delle spese è un altro fatto (pensiamo, per esempio, alle norme che hanno consentito l’apertura di nuovi atenei in quasi ogni capoluogo di provincia e la creazione di corsi di laurea in materie che non permetteranno a nessuno di trovare occupazione).

Insomma anche manifestando studenti e docenti dovranno continuare a lavorare. Serve subito una piattaforma precisa. Un programma per punti sul quale il governo sia costretto ad aprire la discussione.

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